Piuma
di Diana Mayer Grego
Vorrei mandarti
una piuma
che ti accarezzi
le tue possenti ali,
a te, mio angelo
che da lassù mi guardi,
io da questo piccolo
angolo
di universo,
lontano
posso sentire
la tua presenza
e tu,
con le tue morbide ali
accarezzi la mia anima,
inquieta.
mercoledì 13 giugno 2012
mercoledì 30 maggio 2012
Perdonami.
Concorso "Lettere d'Amore"
selezionata fra i primi dieci
pubblicazione a cura di Società Editrice Montecovello 2012
Perdonami
di Diana Mayer Grego
Nessuna lettera d’amore dovrebbe mai iniziare con la parola “perdono”.
“Perdono” e “Ti amo” sono due parole costanti in una vita di coppia, perché nella vita chi ama, sbaglia.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato solo la sera sul divano, mentre io in un’altra stanza attraverso un mondo virtuale mi occupavo a curare le ferite di altre persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato mangiare da solo perché io, mentre mi ringraziavi di averti preparato una buona cena, stavo in un’altra stanza impegnata in conversazioni laceranti a infondere coraggio a persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato dormire da solo nel nostro letto, mentre io ero in un'altra città ad abbracciare persone sconosciute, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato di fretta senza curarmi della nostra casa perché dovevo andare a qualche riunione o incontri improvvisi con persone che avevano bisogno, che non eri tu.
Amore mio sono passati otto anni, otto lunghissimi anni in cui mi hai amato, hai pazientato, hai accolto le mie lacrime, la mia depressione, hai retto i miei interminabili sfoghi, le mie delusioni, mi hai lasciata libera di fare, di andare, di inseguire una chimera, di inciampare e cadere nella ricerca di qualcosa di vano e inverosimile, un’illusione inseguita senza, alcuna possibilità di successo.
Tu sapevi e mi hai lasciata libera, di sbagliare.
Tu, persona splendida, sai realmente cos’è il significato dell’amore.
Tu che ami me, a tal punto da soffrire per le mie scelte, ma le hai accettate perché era quello che volevo, era quello che mi faceva stare bene.
Tu che hai sacrificato il tuo benessere, anteponendo il mio.
Io che non avevo occhi per vedere, la mia anima resa cieca dal dolore, che inseguiva un sogno effimero, irreale, vuoto e senza spessore alcuno.
Tu che ti sei fatto carico di ogni mia delusione, mi tendevi la mano per sorreggermi, attendendo con pazienza infinita che io mi aggrappassi ad essa, senza pretese, senza recriminazioni, senza rimproveri, senza critiche, stavi lì fermo, immobile, mia colonna, in silenzio ad attendere il mio ritorno. Il tuo unico pensiero era il mio benessere.
Ti ho amato, ti amo e ti amerò per il tempo che ci sarà concesso.
In questi lunghi anni i miei “Ti amo” non sono mai stati scontati, mai una volta sono stati detti tanto per dire, ogni volta pronunciati dal cuore, ogni volta diversi in un crescendo d’amore ogni giorno.
I miei baci non sono mai stati abitudine, sempre carichi di passione, sempre unici e sinceri. Intrisi del profondo amore che nutro per te.
I miei abbracci non sono mai stati finti, ma reali, appassionati, forti, a volte invadenti in quel mio bisogno di comunicare tutto il mio bene per te attraverso la nostra pelle.
Grazie.
Il mio “grazie” non è una penitenza per espiare le mie colpe, il mio “grazie” è tutto il mio amore per te, è il riconoscimento della bella persona che sei.
Grazie per esserci, grazie per avermi permesso di essere libera, grazie per avermi reso donna, madre, moglie e amica.
Non posso tornare indietro con il tempo, e nemmeno lo vorrei. Ogni cosa fatta, ogni cosa detta è stata maestra di vita, rifarei tutto, anche ora che ho la consapevolezza di quanto ti ho fatto soffrire, ma senza quel percorso non averi mai raggiunto questo dato di realtà che è l’oggi, fatto di te e di me.
Grazie per aver pazientemente atteso il mio ritorno.
“Perdono” e “Ti amo” sono due parole costanti in una vita di coppia, perché nella vita chi ama, sbaglia.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato solo la sera sul divano, mentre io in un’altra stanza attraverso un mondo virtuale mi occupavo a curare le ferite di altre persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato mangiare da solo perché io, mentre mi ringraziavi di averti preparato una buona cena, stavo in un’altra stanza impegnata in conversazioni laceranti a infondere coraggio a persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato dormire da solo nel nostro letto, mentre io ero in un'altra città ad abbracciare persone sconosciute, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato di fretta senza curarmi della nostra casa perché dovevo andare a qualche riunione o incontri improvvisi con persone che avevano bisogno, che non eri tu.
Amore mio sono passati otto anni, otto lunghissimi anni in cui mi hai amato, hai pazientato, hai accolto le mie lacrime, la mia depressione, hai retto i miei interminabili sfoghi, le mie delusioni, mi hai lasciata libera di fare, di andare, di inseguire una chimera, di inciampare e cadere nella ricerca di qualcosa di vano e inverosimile, un’illusione inseguita senza, alcuna possibilità di successo.
Tu sapevi e mi hai lasciata libera, di sbagliare.
Tu, persona splendida, sai realmente cos’è il significato dell’amore.
Tu che ami me, a tal punto da soffrire per le mie scelte, ma le hai accettate perché era quello che volevo, era quello che mi faceva stare bene.
Tu che hai sacrificato il tuo benessere, anteponendo il mio.
Io che non avevo occhi per vedere, la mia anima resa cieca dal dolore, che inseguiva un sogno effimero, irreale, vuoto e senza spessore alcuno.
Tu che ti sei fatto carico di ogni mia delusione, mi tendevi la mano per sorreggermi, attendendo con pazienza infinita che io mi aggrappassi ad essa, senza pretese, senza recriminazioni, senza rimproveri, senza critiche, stavi lì fermo, immobile, mia colonna, in silenzio ad attendere il mio ritorno. Il tuo unico pensiero era il mio benessere.
Ti ho amato, ti amo e ti amerò per il tempo che ci sarà concesso.
In questi lunghi anni i miei “Ti amo” non sono mai stati scontati, mai una volta sono stati detti tanto per dire, ogni volta pronunciati dal cuore, ogni volta diversi in un crescendo d’amore ogni giorno.
I miei baci non sono mai stati abitudine, sempre carichi di passione, sempre unici e sinceri. Intrisi del profondo amore che nutro per te.
I miei abbracci non sono mai stati finti, ma reali, appassionati, forti, a volte invadenti in quel mio bisogno di comunicare tutto il mio bene per te attraverso la nostra pelle.
Grazie.
Il mio “grazie” non è una penitenza per espiare le mie colpe, il mio “grazie” è tutto il mio amore per te, è il riconoscimento della bella persona che sei.
Grazie per esserci, grazie per avermi permesso di essere libera, grazie per avermi reso donna, madre, moglie e amica.
Non posso tornare indietro con il tempo, e nemmeno lo vorrei. Ogni cosa fatta, ogni cosa detta è stata maestra di vita, rifarei tutto, anche ora che ho la consapevolezza di quanto ti ho fatto soffrire, ma senza quel percorso non averi mai raggiunto questo dato di realtà che è l’oggi, fatto di te e di me.
Grazie per aver pazientemente atteso il mio ritorno.
martedì 28 febbraio 2012
Donne Speciali ... di oggi
Concorso "Donne Speciali"
prima classificata
pubblicazione a cura di Società Editrice Montecovello 2012
Donne Speciali ... di oggi
di Diana Mayer Grego
Credo che nella vita la cosa peggiore che ti può capitare è vedere morire tuo figlio, vederlo soffrire e non poter fare nulla per aiutarlo.
Fu quello che successe a me.
Benché per lo strano disegno del destino mi fosse stato impossibile esserle accanto, il dramma della sua piccola vita diventò parte del mio corpo, fu tatuato a fuoco nella mia carne.
Ricordo ogni attimo del mio parto cesareo, ogni parola detta dagli operatori in sala, ogni viso, ogni sguardo, ricordo e rivivo il momento in cui mi strapparono dal ventre mia figlia, quell’attimo rubato dell’incubatrice che esce dalla porta della sala seguita da un numero esagerato di dottori, ricordo la solitudine della rianimazione e il silenzio interrotto solo dal suono dei macchinari, gli occhi spauriti e imbarazzati del personale, ricordo che il mio unico pensiero lucido nonostante la morfina era andare da lei, io legata a quel letto in condizioni critiche fra la vita e la morte, con tubi e tubicini che uscivano dal mio corpo, volevo alzarmi e andare da lei, così non fu. ...
Fu quello che successe a me.
Benché per lo strano disegno del destino mi fosse stato impossibile esserle accanto, il dramma della sua piccola vita diventò parte del mio corpo, fu tatuato a fuoco nella mia carne.
Ricordo ogni attimo del mio parto cesareo, ogni parola detta dagli operatori in sala, ogni viso, ogni sguardo, ricordo e rivivo il momento in cui mi strapparono dal ventre mia figlia, quell’attimo rubato dell’incubatrice che esce dalla porta della sala seguita da un numero esagerato di dottori, ricordo la solitudine della rianimazione e il silenzio interrotto solo dal suono dei macchinari, gli occhi spauriti e imbarazzati del personale, ricordo che il mio unico pensiero lucido nonostante la morfina era andare da lei, io legata a quel letto in condizioni critiche fra la vita e la morte, con tubi e tubicini che uscivano dal mio corpo, volevo alzarmi e andare da lei, così non fu. ...
domenica 30 ottobre 2011
In cammino nel DNA del passato
Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
Concorso Il Volo di Pegaso 2011
"In cammino"
In cammino nel DNA del passato
di Diana Mayer Grego
Passeggiando sui lisci ciottoli,
un selciato da millenni calpestato
ove l’erba ricresce ogni stagione
incurante degli eventi e la ragione.
Salendo arrivi alla torretta,
si apre, cigolando,
il vecchio ruggine cancello
porta ancora le iniziali del passato,
ove un giorno vi furono bei fior,
ti si apre la visuale del giardino
ora incolto e trascurato.
Senti ancora riecheggiar
grida giocose di bambini,
l’ombra vecchia e stanca
del fantasma della nonna,
che rimprovera seduta
sulla panca avanti all’uscio.
Tratti di famiglia scorgo
nelle belle civettuole
lunghi abiti di seta,
all’ombra di vezzosi ombrellini,
giovani fanciulle arrossiscono,
al passar di corsa dei giovanotti
accaldati a torso nudo.
Ignare portatrici,
apparentemente sane,
di piccoli difetti
geneticamente insani.
Il sole scotta
brucia tutto,
nel arido giardino
che vide la mano del nemico
far scempio di anime e gioventù
solo i rovi fanno festa
lungo il mio cammino.
"In cammino"
In cammino nel DNA del passato
di Diana Mayer Grego
Passeggiando sui lisci ciottoli,
un selciato da millenni calpestato
ove l’erba ricresce ogni stagione
incurante degli eventi e la ragione.
Salendo arrivi alla torretta,
si apre, cigolando,
il vecchio ruggine cancello
porta ancora le iniziali del passato,
ove un giorno vi furono bei fior,
ti si apre la visuale del giardino
ora incolto e trascurato.
Senti ancora riecheggiar
grida giocose di bambini,
l’ombra vecchia e stanca
del fantasma della nonna,
che rimprovera seduta
sulla panca avanti all’uscio.
Tratti di famiglia scorgo
nelle belle civettuole
lunghi abiti di seta,
all’ombra di vezzosi ombrellini,
giovani fanciulle arrossiscono,
al passar di corsa dei giovanotti
accaldati a torso nudo.
Ignare portatrici,
apparentemente sane,
di piccoli difetti
geneticamente insani.
Il sole scotta
brucia tutto,
nel arido giardino
che vide la mano del nemico
far scempio di anime e gioventù
solo i rovi fanno festa
lungo il mio cammino.
giovedì 27 ottobre 2011
LUTTO COMPLICATO
Lutto complicato
di Diana Mayer Grego
Dicono
che il tempo passa
grandi studiosi del tempo,
scandiscono i mesi
dopo sei ... stai meglio
entro due anni il lutto finisce
o si complica!
Tutto scientificamente giusto!
Forse io non sono fatta solo di mente,
sono fatta di cuore,
il mio cuore non conosce tempo.
Mi manca il tuo essere bambina,
mi manca il profumo di latte,
mi manca il pianto irritante,
la notte insonne,
il tuo essermi fra le braccia.
Forse qualche psichiatra dirà
che sono in lutto "complicato"
ebbene rispondo ...
è complicato sopravvivere
ai propri figli.
Simoncelli
Questa poesia la scrissi dopo la morte di Simoncelli, non che io sia stata mai appassionata del suo sport, e nemmeno mai avevo seguito una sua gara, ma mi colpì molto la morte di questo giovane ragazzo che era entrato nella mia casa con il suo sorriso e la sua allegria ...
Simoncelli
di Diana Mayer Grego
"Ora che il mio angelo
ti ha preso in carico,
mentre vaghi spaesato
fra le nuvole del paradiso
cercando incredulo
un tuo nuovo spazio,...
senti una manina da dietro
entrare fra le tue dita della mano
istintivamente la stringi,
guardi verso il basso
e vedi un piccolissimo angelo,
la serenità ti pervade
le sue piccolissime ali
si aprono e chiudono
come una farfalla.
I suoi occhi celesti
ti entrano nello sguardo,
ti rassicurano.
Ora che anche tu sei un angelo
e non sai ancora volare
con le tue nuove ali,
lasciati guidare,
lei ti insegnerà a trovare
il "ponte" che collega
i nostri due mondi."
"Ora che il mio angelo
ti ha preso in carico,
mentre vaghi spaesato
fra le nuvole del paradiso
cercando incredulo
un tuo nuovo spazio,...
senti una manina da dietro
entrare fra le tue dita della mano
istintivamente la stringi,
guardi verso il basso
e vedi un piccolissimo angelo,
la serenità ti pervade
le sue piccolissime ali
si aprono e chiudono
come una farfalla.
I suoi occhi celesti
ti entrano nello sguardo,
ti rassicurano.
Ora che anche tu sei un angelo
e non sai ancora volare
con le tue nuove ali,
lasciati guidare,
lei ti insegnerà a trovare
il "ponte" che collega
i nostri due mondi."
giovedì 1 settembre 2011
Il mio abito da sposa
pubblicato sull'Antologia - La donna è una favola
edito da MDT 2011
"Il mio abito da sposa"
di Diana Mayer Grego
"Sono le tre di notte, fuori piove a catinelle, imperversa un brutto temporale con tuoni e fulmini, l’acqua scende straripante dalle grondaie.
Domani mattina mi sposerò.
Dentro di me la sensazione di follia mi sfiora, gioia e paura si contendono la mia attenzione, sono felice. Il mio cuore è felice. Quanto ho atteso questo giorno, ma soprattutto quante volte l’ho sognato ad occhi aperti, pensando a come sarebbe stato; e ora sono qui distesa sul mio letto di bambina che sto per abbandonare per sempre, senza sonno, eccitata e confusa. Guardo il mio abito da sposa appeso sull’anta dell’armadio: la penombra che filtra dalle persiane lo illumina e i lampi del temporale fanno scintillare i brillantini del corpetto. É un abito da sogno, il mio abito da sposa.
Due anni fa, in una tiepida giornata di marzo, andai a trovare mia sorella che vive in un’altra città; percorrendo la statale con l’automobile notai un negozio di abiti da sposa: in vetrina c’era un abito stile “Via col vento”, bellissimo pensai. Sulla via del ritorno la stessa sera mi fermai, entrai in quel negozio e subito la commessa mi venne incontro, ma io dissi che volevo solo dare un’occhiata. Volevo solo farmi un’idea e mi ritrovai in un istante con indosso un vestito meraviglioso a rimirarmi nello specchio. Quanto ero bella, mi sentii una principessa. Ma era uno scherzo, io volevo solo dare un’occhiata e mi liquidai velocemente dalla commessa che ne fu felice vista l’ora prossima alla chiusura. Riprendendo il mio viaggio verso casa, ripensai alla commessa e al tempo che le avevo fatto perdere. Ero dispiaciuta, però quanto ero bella con quell’abito addosso!
Mi era piaciuta così tanto quella sensazione che dopo qualche mese andai con mia sorella a fare un giro per negozi; provai un’infinità di abiti, erano tutti splendidi, ma non sentii quella sensazione di meraviglia come la prima volta. La giornata passò come un gioco di bambine e più volte, durante il corso delle ore, dentro di me mi chiedevo quando sarebbe arrivato il fatidico giorno in cui io mi sarei sposata.
A settembre ripassai sulla statale e, come attratta da una forza misteriosa, fermai la macchina ed entrai nel negozio; la commessa mi riconobbe subito. Girovagai fra gli stand e lei mi seguì offrendomi di provare molti abiti, ma non volevo. Sapevo che non ero lì per comprare, ma solo perché provavo gioia a fingere di essere una futura sposa, ma la commessa insistette così tanto e cedetti. Ne indicai uno e chiesi “Posso provare questo?”. Nemmeno l’avevo riconosciuto, era lo stesso abito che indossai la prima volta; era ancora lì, nessuno l’aveva comprato. Lo indossai e quello che vidi nello specchio era una cosa speciale, io ero bellissima e raggiante come se avessi veramente dovuto sposarmi di lì a poco, era lui! Era quello che volevo e rimasi a guardarmi compiaciuta di quello che si specchiava in me, della mia immagine riflessa.
La commessa nel frattempo mi guardava con fare sospetto; iniziò ad avere il dubbio che io non fossi una cliente, ma piuttosto una persona che le stava facendo perdere tempo. Si avvicinò e mi disse “Lei è la prima persona nella mia carriera che viene a provare l’abito da sposa da sola” e con occhi incuriositi mi fissò: “A quando le nozze?”.
Rimasi in silenzio fissandomi allo specchio, incapace di mentire le risposi “Non ne ho la più pallida idea!” e le mie guance si fecero rosso fuoco dalla vergogna di essere stata scoperta, ma con una prontezza di riflessi aggiunsi “Quello che so è che, quando arriverà quel giorno, io indosserò quest’abito!”.
M’invitò a toglierlo e gentilmente mi accomodò alla porta, ma vidi nel suo sguardo un sentimento di compassione, credo che infondo avesse capito che io ero spaesata ma in buona fede.
Dopo qualche mese mi ripresentai al negozio con mia sorella. Quando entrammo titubanti, incontrammo subito lo sguardo della commessa e io lessi con sorpresa la gioia nel suo volto. Subito andò nel retro e uscì con l’abito dei miei sogni, lo indossai per la terza volta; nessuno l’aveva ancora comprato. Chissà se la commessa spinta da qualche forza misteriosa l’aveva messo da parte? Oppure non l’aveva proposto alle clienti? Fatto sta che il mio abito da sposa era ancora lì e, quando uscii dal camerino, vidi lo sguardo di mia sorella ed ebbi l’ennesima conferma che era stato cucito per me!
Lo fermai con una caparra e fu mio per sempre!
L’abito da sposa rimase lì per quasi un altro anno ed io durante questo tempo andai a “trovarlo” altre tre volte, una con mia madre e altre due da sola. La commessa e la titolare del negozio ormai mi conoscevano, per loro ero stata una cliente particolare, ma tanta era la gioia che sprigionavo indossandolo che la mia energia positiva le contagiava; sognante passeggiavo per il negozio incurante degli altri clienti, che mi sorridevano. Io volteggiavo passando da uno specchio all’altro ammirandomi come una principessa. Che sensazione meravigliosa stare con quell’abito addosso, le persone presenti nel negozio rimanevano incantati dalla mia felicità. Ero un’ottima pubblicità, quando me ne andavo via, mi chiedevano quando fossi tornata, e avrei potuto ogni volta che avrei voluto, fosse stato più vicino a casa, ci sarei andata ogni settimana.
Qualche giorno orsono sono andata a ritirarlo per portarlo a casa. Nel negozio abbiamo fatto grande festa e mi hanno aiutato a caricarlo nella macchina, ben disteso sul sedile dietro affinché non si sciupasse; durante tutto il viaggio non ho fatto altro che controllare dallo specchietto che fosse tutto in ordine. Ero felice, non mi sembrava vero il sogno stava diventando realtà.
Una volta a casa la prima cosa che ho fatto? Voi che pensate? L’ho indossato, e non me lo sarei più tolto.
Ora sono qui felice come non mai, domani io e il mio compagno diverremo una cosa sola, domani inizierò il mio cammino assieme a lui, domani coronerò un sogno e domani indosserò per l’ultima volta il mio abito da sposa. Per un attimo nella mia mente si presenta il tarlo della tristezza: domani inizierà una nuova vita, ma finirà la vita di oggi e in mezzo da ponte c’è il mio abito da sposa. Ha smesso di piovere, domani sarà una bella giornata e io sarò principessa."
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