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lunedì 20 maggio 2013

La leggenda di Atrìa

Concorso "Sono una strega"
selezionata fra le prime dieci
pubblicazione a cura de Il Giornale del Libro


La leggenda di Atrìa
di Diana Mayer Grego


Atrìa si alzò nella notte, la sera prima, all’imbrunire, si era coricata sulla paglia davanti al fuoco nella sua grotta, il plenilunio illuminava bene la caverna attraverso il pozzo che si apriva sul soffitto. Si lavò il viso nella pozza scavata in millenni di stillicidio, si guardò attorno con nostalgia. ...

sabato 20 aprile 2013

NOSTALGIA

Concorso "Mille Voci per Alda"
Medaglia del Presidente della Repubblica
Accademia dei Bronzi
pubblicazione a cura di Ursini Edizioni
2070 partecipanti
Poesia premiata con Attestato di Merito e Targa
 
NOSTALGIA
di Diana Mayer Grego
 

Stanze vuote
piene di ricordi,
risate di bambini
mai nati,
sogni infranti,
speranze disilluse.
 
Ricordi lontani
di tavole apparecchiate,
fredde giornate d'inverno,
tovaglie rosse e candele accese
per un Natale felice.
 
Stanze vuote
piene d'amore,
che non tornerà più.
Silenzio assordante,
a ricordar
il celar delle stagioni passate,
insieme,
lento scorrere del tempo
dividendo le nostre giornate
in un'unica anima.
 
Stanze vuote
per l'ultima volta,
con gli occhi spenti,
con il fiato spezzato
dai singhiozzi di un presente
che più non è.


http://www.digitalbay.it/accademiadeibronzi/news.asp?id=216

martedì 30 ottobre 2012

In viaggio alla ricerca di me stessa


Concorso "On the Road"
selezionata fra i primi dieci
pubblicazione a cura di Libro Aperto Edizioni
 
In viaggio alla ricerca di me stessa
di Diana Mayer Grego
 
È incredibile come passi in fretta il tempo quando si fa qualcosa in cui si crede fermamente.
 
Ti fermi un attimo a fare il punto della situazione e ti accorgi che sono passati più di otto anni dal giorno in cui il tuo viaggio iniziò, quasi per scommessa. Una scommessa di vita con te stessa.
 
Tu che non sapevi nemmeno accendere un computer dicesti risoluta: “Voglio fare un sito!” per riempire quel vuoto che si stava mangiando le tue giornate dopo la perdita di tua figlia. Riempire quel vuoto che ti circondava a livello sociale, a livello interiore, cercavi un posto dove poter essere te stessa, con il tuo dolore e il tuo carico di speranza.
 
La realizzazione del sito divenne realtà grazie a una giovanissima ragazza, che prese a cuore il tuo progetto, non hai mai ringraziato abbastanza, per averti salvato dalla follia.
 
Quanti progetti sono passati per la tua mente nelle lunghe notti insonni, quanti realizzati grazie alla tua caparbietà. Fu così che iniziò il tuo viaggio alla ricerca di “qualcosa” che nemmeno tu sapevi cosa fosse.
 
Il primo viaggio della speranza fu a Roma, invitata alla cieca da una ragazza conosciuta su internet, tu mai avresti fatto una cosa simile, eppure il tuo bisogno di partire ti coinvolse in questa pazzia. ...

Attesa interrotta

Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
Concorso Il Volo di Pegaso 2012
"L'Attesa"

Attesa interrotta
di Diana Mayer Grego
 

 
La vita è fatta di eterne attese
 
Attendiamo di nascere.

Attendiamo che la madre ci nutra.
 
Attendiamo che le braccia ci accudiscano.
 
Attendiamo di crescere.
 
Attendiamo che le nostre menti siano spugne di apprendimento.
 
Attendiamo che la scuola finisca.
 
Attendiamo il Principe azzurro.
 
Attendiamo tutta la vita che le cose accadano, e che accadano come le vogliamo noi.
 
Attendiamo che forti braccia ci stringano in un abbraccio, che le emozioni trovino risposte, che nulla è indispensabile, che ci sarà sempre qualcuno disposto ad amarci, che non andrà mai via e si prenderà cura del nostro cuore.
 
Attendiamo di partire per il nostro viaggio convinti che incontreremo sulla strada persone che saranno all’altezza delle nostre attese, che tutto ciò di cui necessitiamo ci sarà miracolosamente concesso.
 
Attendiamo una risposta che ci dica che esiste una cura per ogni dolore e che non soffriremo mai, attendiamo che il medico ci dica che siamo salvi o che salvi se non altro la nostra anima, ma lui stesso attende una risposta dalla ricerca e le sue mani impotenti non possono fare i miracoli. Il suo cervello dotato di saggezza e le sue mani capaci e abili assieme al suo cuore, abile bugiardo, mente per alleviare le nostre pene e per ingannare l’attesa.
 
E così un giorno, mentre sei in dolce attesa ti capita di scontrarti con una sindrome che ti ruba i sogni e tu chiedi perché? Ti viene risposto che succede molto raramente, è una cosa “rara”!
 
Pensi che sia raro anche vincere la lotteria, ma nonostante tu giochi, non hai fatto nemmeno un due, allora pensi a qualcosa di molto raro e ti viene in mente solo il francobollo “Gronchi rosa” quello è molto raro e vale una fortuna … e ancora pensi e ripensi continuando a collegare la rarità a qualcosa di “prezioso” di grande valore, ma poi la realtà delle cose prende un’altra forma e inizi a essere consapevole che sei portatrice di una cosa rara, che bella non è!

Perché sono rara? Io avrei voluto essere comune, uguale a tutti gli altri.
 
 
 

 

sabato 30 giugno 2012

Un grido nella notte

Concorso "Fantasy"
selezionata fra i primi dieci
pubblicazione a cura di Società Editrice Montecovello
 
UN GRIDO NELLA NOTTE
di Diana Mayer Grego



Quel grido nel silenzio squarciò l’aria, Steve si svegliò di soprassalto. Ancora assopito volse lo sguardo alla radiosveglia per capire che ora fosse, ma non vide l’orologio luminoso.
“Dev’essere andata via la corrente elettrica!” pensò scocciato.
Istintivamente allungò la mano per accendere la luce del comodino; mentre completamente al buio, tastava l’aria alla ricerca del mobile, si sentì scomodo nel suo letto e si rese conto di essere senza lenzuola “Devo aver fatto proprio un brutto incubo; mi sarò agitato a tal punto da farle cadere!” pensò.
Si girò per mettersi seduto, ma finì per rotolare sul pavimento di fianco al materasso, incredulo e spaesato pensò “Dov’è finito il letto?” iniziò a respirare affannosamente....
 

mercoledì 30 maggio 2012

Perdonami.

Concorso "Lettere d'Amore"
selezionata fra i primi dieci
pubblicazione a cura di Società Editrice Montecovello 2012
 
Perdonami
di Diana Mayer Grego
 

Nessuna lettera d’amore dovrebbe mai iniziare con la parola “perdono”.
“Perdono” e “Ti amo” sono due parole costanti in una vita di coppia, perché nella vita chi ama, sbaglia.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato solo la sera sul divano, mentre io in un’altra stanza attraverso un mondo virtuale mi occupavo a curare le ferite di altre persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato mangiare da solo perché io, mentre mi ringraziavi di averti preparato una buona  cena, stavo in un’altra stanza impegnata in conversazioni laceranti a infondere coraggio a persone, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato dormire da solo nel nostro letto, mentre io ero in un'altra città ad abbracciare persone sconosciute, che non eri tu.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ti ho lasciato di fretta senza curarmi della nostra casa perché dovevo andare a qualche riunione o incontri improvvisi con persone che avevano bisogno, che non eri tu.
Amore mio sono passati otto anni, otto lunghissimi anni in cui mi hai amato, hai pazientato, hai accolto le mie lacrime, la mia depressione, hai retto i miei interminabili sfoghi, le mie delusioni, mi hai lasciata libera di fare, di andare, di inseguire una chimera, di inciampare e cadere nella ricerca di qualcosa di vano e inverosimile, un’illusione inseguita senza, alcuna possibilità di successo.
Tu sapevi e mi hai lasciata libera, di sbagliare.
Tu, persona splendida, sai realmente cos’è il significato dell’amore.
Tu che ami me, a tal punto da soffrire per le mie scelte, ma le hai accettate perché era quello che volevo, era quello che mi faceva stare bene.
Tu che hai sacrificato il tuo benessere, anteponendo il mio.
Io che non avevo occhi per vedere, la mia anima resa cieca dal dolore, che inseguiva un sogno effimero, irreale, vuoto e senza spessore alcuno.
Tu che ti sei fatto carico di ogni mia delusione, mi tendevi la mano per sorreggermi, attendendo con pazienza infinita che io mi aggrappassi ad essa, senza pretese, senza recriminazioni, senza rimproveri, senza critiche, stavi lì fermo, immobile, mia colonna, in silenzio ad attendere il mio ritorno. Il tuo unico pensiero era il mio benessere.
Ti ho amato, ti amo e ti amerò per il tempo che ci sarà concesso.
In questi lunghi anni i miei “Ti amo” non sono mai stati scontati, mai una volta sono stati detti tanto per dire, ogni volta pronunciati dal cuore, ogni volta diversi in un crescendo d’amore ogni giorno.
I miei baci non sono mai stati abitudine, sempre carichi di passione, sempre unici e sinceri. Intrisi del profondo amore che nutro per te.
I miei abbracci non sono mai stati finti, ma reali, appassionati, forti, a volte invadenti in quel mio bisogno di comunicare tutto il mio bene per te attraverso la nostra pelle.
Grazie.
Il mio “grazie” non è una penitenza per espiare le mie colpe, il mio “grazie” è tutto il mio amore per te, è il riconoscimento della bella persona che sei.
Grazie per esserci, grazie per avermi permesso di essere libera, grazie per avermi reso donna, madre, moglie e amica.
Non posso tornare indietro con il tempo, e nemmeno lo vorrei. Ogni cosa fatta, ogni cosa detta è stata maestra di vita, rifarei tutto, anche ora che ho la consapevolezza di quanto ti ho fatto soffrire, ma senza quel percorso non averi mai raggiunto questo dato di realtà che è l’oggi, fatto di te e di me.
Grazie per aver pazientemente atteso il mio ritorno.

martedì 28 febbraio 2012

Donne Speciali ... di oggi


Concorso "Donne Speciali"
prima classificata
pubblicazione a cura di Società Editrice Montecovello 2012
 
Donne Speciali ... di oggi
di Diana Mayer Grego
 
 
Credo che nella vita la cosa peggiore che ti può capitare è vedere morire tuo figlio, vederlo soffrire e non poter fare nulla per aiutarlo.
Fu quello che successe a me.
Benché per lo strano disegno del destino mi fosse stato impossibile esserle accanto, il dramma della sua piccola vita diventò parte del mio corpo, fu tatuato a fuoco nella mia carne.
Ricordo ogni attimo del mio parto cesareo, ogni parola detta dagli operatori in sala, ogni viso, ogni sguardo, ricordo e rivivo il momento in cui mi strapparono dal ventre mia figlia, quell’attimo rubato dell’incubatrice che esce dalla porta della sala seguita da un numero esagerato di dottori, ricordo la solitudine della rianimazione e il silenzio interrotto solo dal suono dei macchinari, gli occhi spauriti e imbarazzati del personale, ricordo che il mio unico pensiero lucido nonostante la morfina era andare da lei, io legata a quel letto in condizioni critiche fra la vita e la morte, con tubi e tubicini che uscivano dal mio corpo, volevo alzarmi e andare da lei, così non fu. ...

domenica 30 ottobre 2011

In cammino nel DNA del passato

Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
 Concorso Il Volo di Pegaso 2011
"In cammino"


In cammino nel DNA del passato
di Diana Mayer Grego






Passeggiando sui lisci ciottoli,

un selciato da millenni calpestato

ove l’erba ricresce ogni stagione

incurante degli eventi e la ragione.

Salendo arrivi alla torretta,

si apre, cigolando,

il vecchio ruggine cancello

porta ancora le iniziali del passato,

ove un giorno vi furono bei fior,

ti si apre la visuale del giardino

ora incolto e trascurato.

Senti ancora riecheggiar

grida giocose di bambini,

l’ombra vecchia e stanca

del fantasma della nonna,

che rimprovera seduta

sulla panca avanti all’uscio.

Tratti di famiglia scorgo

nelle belle civettuole

lunghi abiti di seta,

all’ombra di vezzosi ombrellini,

giovani fanciulle arrossiscono,

al passar di corsa dei giovanotti

accaldati a torso nudo.

Ignare portatrici,

apparentemente sane,

di piccoli difetti

geneticamente insani.

Il sole scotta

brucia tutto,

nel arido giardino

che vide la mano del nemico

far scempio di anime e gioventù

solo i rovi fanno festa

lungo il mio cammino.

 


 







giovedì 1 settembre 2011

Il mio abito da sposa

pubblicato sull'Antologia - La donna è una favola
edito da MDT 2011
 
 "Il mio abito da sposa"
di Diana Mayer Grego
 
 
"Sono le tre di notte, fuori piove a catinelle, imperversa un brutto temporale con tuoni e fulmini, l’acqua scende straripante dalle grondaie.
 
Domani mattina mi sposerò.
 
Dentro di me la sensazione di follia mi sfiora, gioia e paura si contendono la mia attenzione, sono felice. Il mio cuore è felice. Quanto ho atteso questo giorno, ma soprattutto quante volte l’ho sognato ad occhi aperti, pensando a come sarebbe stato; e ora sono qui distesa sul mio letto di bambina che sto per abbandonare per sempre, senza sonno, eccitata e confusa. Guardo il mio abito da sposa appeso sull’anta dell’armadio: la penombra che filtra dalle persiane lo illumina e i lampi del temporale fanno scintillare i brillantini del corpetto. É un abito da sogno, il mio abito da sposa.
 
Due anni fa, in una tiepida giornata di marzo, andai a trovare mia sorella che vive in un’altra città; percorrendo la statale con l’automobile notai un negozio di abiti da sposa: in vetrina c’era un abito stile “Via col vento”, bellissimo pensai. Sulla via del ritorno la stessa sera mi fermai, entrai in quel negozio e subito la commessa mi venne incontro, ma io dissi che volevo solo dare un’occhiata. Volevo solo farmi un’idea e mi ritrovai in un istante con indosso un vestito meraviglioso a rimirarmi nello specchio. Quanto ero bella, mi sentii una principessa. Ma era uno scherzo, io volevo solo dare un’occhiata e mi liquidai velocemente dalla commessa che ne fu felice vista l’ora prossima alla chiusura. Riprendendo il mio viaggio verso casa, ripensai alla commessa e al tempo che le avevo fatto perdere. Ero dispiaciuta, però quanto ero bella con quell’abito addosso!
 
Mi era piaciuta così tanto quella sensazione che dopo qualche mese andai con mia sorella a fare un giro per negozi; provai un’infinità di abiti, erano tutti splendidi, ma non sentii quella sensazione di meraviglia come la prima volta. La giornata passò come un gioco di bambine e più volte, durante il corso delle ore, dentro di me mi chiedevo quando sarebbe arrivato il fatidico giorno in cui io mi sarei sposata.
 
A settembre ripassai sulla statale e, come attratta da una forza misteriosa, fermai la macchina ed entrai nel negozio; la commessa mi riconobbe subito. Girovagai fra gli stand e lei mi seguì offrendomi di provare molti abiti, ma non volevo. Sapevo che non ero lì per comprare, ma solo perché provavo gioia a fingere di essere una futura sposa, ma la commessa insistette così tanto e cedetti. Ne indicai uno e chiesi “Posso provare questo?”. Nemmeno l’avevo riconosciuto, era lo stesso abito che indossai la prima volta; era ancora lì, nessuno l’aveva comprato. Lo indossai e quello che vidi nello specchio era una cosa speciale, io ero bellissima e raggiante come se avessi veramente dovuto sposarmi di lì a poco, era lui! Era quello che volevo e rimasi a guardarmi compiaciuta di quello che si specchiava in me, della mia immagine riflessa.
 
La commessa nel frattempo mi guardava con fare sospetto; iniziò ad avere il dubbio che io non fossi una cliente, ma piuttosto una persona che le stava facendo perdere tempo. Si avvicinò e mi disse “Lei è la prima persona nella mia carriera che viene a provare l’abito da sposa da sola” e con occhi incuriositi mi fissò: “A quando le nozze?”.
 
Rimasi in silenzio fissandomi allo specchio, incapace di mentire le risposi “Non ne ho la più pallida idea!” e le mie guance si fecero rosso fuoco dalla vergogna di essere stata scoperta, ma con una prontezza di riflessi aggiunsi “Quello che so è che, quando arriverà quel giorno, io indosserò quest’abito!”.
 
M’invitò a toglierlo e gentilmente mi accomodò alla porta, ma vidi nel suo sguardo un sentimento di compassione, credo che infondo avesse capito che io ero spaesata ma in buona fede.
 
Dopo qualche mese mi ripresentai al negozio con mia sorella. Quando entrammo titubanti, incontrammo subito lo sguardo della commessa e io lessi con sorpresa la gioia nel suo volto. Subito andò nel retro e uscì con l’abito dei miei sogni, lo indossai per la terza volta; nessuno l’aveva ancora comprato. Chissà se la commessa spinta da qualche forza misteriosa l’aveva messo da parte? Oppure non l’aveva proposto alle clienti? Fatto sta che il mio abito da sposa era ancora lì e, quando uscii dal camerino, vidi lo sguardo di mia sorella ed ebbi l’ennesima conferma che era stato cucito per me!
 
Lo fermai con una caparra e fu mio per sempre!
 
L’abito da sposa rimase lì per quasi un altro anno ed io durante questo tempo andai a “trovarlo” altre tre volte, una con mia madre e altre due da sola. La commessa e la titolare del negozio ormai mi conoscevano, per loro ero stata una cliente particolare, ma tanta era la gioia che sprigionavo indossandolo che la mia energia positiva le contagiava; sognante passeggiavo per il negozio incurante degli altri clienti, che mi sorridevano. Io volteggiavo passando da uno specchio all’altro ammirandomi come una principessa. Che sensazione meravigliosa stare con quell’abito addosso, le persone presenti nel negozio rimanevano incantati dalla mia felicità. Ero un’ottima pubblicità, quando me ne andavo via, mi chiedevano quando fossi tornata, e avrei potuto ogni volta che avrei voluto, fosse stato più vicino a casa, ci sarei andata ogni settimana.
 
Qualche giorno orsono sono andata a ritirarlo per portarlo a casa. Nel negozio abbiamo fatto grande festa e mi hanno aiutato a caricarlo nella macchina, ben disteso sul sedile dietro affinché non si sciupasse; durante tutto il viaggio non ho fatto altro che controllare dallo specchietto che fosse tutto in ordine. Ero felice, non mi sembrava vero il sogno stava diventando realtà.
 
Una volta a casa la prima cosa che ho fatto? Voi che pensate? L’ho indossato, e non me lo sarei più tolto.
 
Ora sono qui felice come non mai, domani io e il mio compagno diverremo una cosa sola, domani inizierò il mio cammino assieme a lui, domani coronerò un sogno e domani indosserò per l’ultima volta il mio abito da sposa. Per un attimo nella mia mente si presenta il tarlo della tristezza: domani inizierà una nuova vita, ma finirà la vita di oggi e in mezzo da ponte c’è il mio abito da sposa. Ha smesso di piovere, domani sarà una bella giornata e io sarò principessa."
 
 
 

sabato 30 ottobre 2010

Il silenzio non è assenza di rumore!

Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
 Concorso Il Volo di Pegaso 2010
"Le voci del silenzio" 
 
Il silenzio non è assenza di rumore!
di Diana Mayer Grego
 



Cala la notte, la città si calma, il buio avvolge ogni cosa, nelle strade deserte regna il silenzio.

È mattina la città si anima, sta albeggiando e le persone iniziano frenetiche la loro giornata, le strade prendono vita con il via vai di automobili, ognuno si appresta a rincorrere il proprio fare.

Vorrei uscire! Ma non saprei dove andare, ad incontrare volti assenti che abbassano lo sguardo? Ho deciso, per ora resto a casa! Magari esco più tardi, vado al cimitero e a comprare qualcosa da mangiare, che fatica! Forse incontrerò uno sconosciuto al quale racconterò la mia storia di dolore, quanta voglia ho di parlare, condividere, togliermi questo peso che porto dentro, il mal capitato si accollerà questo mio bisogno? Oppure scapperà a gambe levate non appena pronuncerò la parola rianimazione? Solitamente è così che accade. La maggior parte delle persone non sono sintonizzate sul canale dell’ascolto, soprattutto se la trasmissione in onda è centrata su “oggi parleremo di malattia e morte”, al primo stacchetto pubblicitario, basterà una distrazione, scusandosi per la fretta “devo proprio andare”; fanno bene a scusarsi per la loro mancanza.

Rimarrò sul divano ancora un po’. Giro per la casa, con la televisione accesa che emette suoni lontani dalla realtà, si parla di problemi, problemuccio al quale, puntualmente, arriva il lieto fine con festeggiamenti fuori posto per traguardi scontati. Cambio canale, eppur non cambia nulla. Avrei io qualcosa da raccontarvi, ma forse il mio “non” lieto fine è poco adatto? Eppure devo dire che una volta mi hanno chiamata in televisione, è stato bello condividere con gli altri il mio vissuto.

Lo zapping compulsivo comanda la mia mente apatica, seduta sul divano le ore passano, i giorni passano. Chissà se fuori c’è il sole? Forse piove!

Apro le finestre e mi affaccio, chissà forse passerà qualcuno che conosco e scambierò un semplice ciao? Ma fuori c’è il silenzio, per strada tutti camminano frettolosi a testa bassa, rincorrono la loro vita senza accorgersi che in realtà gli sfugge via.

Se si fermassero ad ascoltarsi.

“Cosa senti?”

“Silenzio!”

“Tutto il tuo correre dove ti porta?”

“Solo silenzio!”

Quanto tempo sarà passato da questa mattina? Lo stomaco gorgoglia, ho fame, sarà meglio che esca a comprare qualcosa, magari incontrerò qualcuno che conosco e non vedo da tempo. Un amico? Già riesco ad immaginare il solito dialogo.

“Ciao, ho saputo cosa ti è capitato.” lo sguardo basso a discolpa pensando «cosa avrei potuto fare?»

Io resterò lì ferma, impietrita e non riuscirò a professare verbo, infondo speravo di incontrare qualcuno, invece mi chiuderò nel mio silenzio che rimbomberà nella mia testa come una campana a morto.

Dopo una lunga pausa interminabile mi dirà “È terribile!” il suo sguardo si metterà a leggere la tabella del autobus e guardarsi attorno nella speranza di trovare qualcuno o qualcosa che lo liberi da questa situazione imbarazzante.

“Sai non ti ho chiamato perché non sapevo proprio cosa dirti” il suo sguardo si nasconderà cercando affannosamente qualcosa nella borsa, io guarderò la scena come stessi vivendo un film e penserò «Cosa volevi dirmi? Non c’era nulla da dire, magari potevi pensare che avresti potuto lasciar parlare me?» Cadrà il gelo del silenzio fra noi.

“Ora però stai bene vero? Ti vedo bene sai. Meno male che è tutto finito!” finalmente il suo sguardo incontrerà il mio e l’amico comprenderà in quel attimo di scambio umano che con quell’ultima frase mi avrà tappato la bocca. Mi avrà tolto la possibilità di parlare, di raccontare, di dire come mi sento. Riuscirò a malapena a rispondere mentre scapperò lontano «È tutto finito. Sono guarita.»

Ma, sono guarita?

Il mio corpo ancora porta i segni del martirio, CVC – CA – CV - TC sembra abbiano usato il T9 per scrivere la storia della malattia sulla mia carne.

I miei organi sono stonati, ma l’epatologo e il nefrologo sono ottimisti in un paio d’anni, se tutto va bene, dovrei tornare in perfetta forma.

La figlia che portavo in grembo giace al cimitero, uccisa dalla rara sindrome che ha colpito la sua mamma. Penso che fra i miei mille conoscenti, forse dieci sanno come si chiama la sindrome che mi ha colpito HELLP e di questi dieci, forse uno solo sa cosa significa, ma nessuno è a conoscenza di quello che ho passato, perché appunto, è passato! Fra il loro silenzio assenso e il mio tacere rassegnato.

Quanto tempo è passato? Lo stomaco non gorgoglia più, mi farò un thè! Aspetto che ritorni a casa il mio compagno di avventure, lui è un bravo ascoltatore, la mia ultima spiaggia prima di impazzire al canto delle sirene. Ho imparato da lui in questi anni a diventare ascoltatrice di chiunque mi rivolga la parola, il mondo è pieno di persone che hanno bisogno di parlare, io ascolto e imparo, traggo giovamento dal loro sollievo nel trovare orecchie che ascoltano.

Cala la notte, tutto tace, finalmente silenzio, quello sano!

giovedì 31 dicembre 2009

Quando nasce una famiglia?

dal libro "Quando l’attesa si interrompe" di Giorgia Cozza
Il leone verde Edizioni 2009
 
Quando nasce una famiglia?
di Diana Mayer Grego

Quando nasce una famiglia? Quando due persone si uniscono per condividere la loro vita insieme.
 
Quando nasce una madre? Nel momento in cui la donna decide di dare la vita ad un altro essere umano.
 
È proprio in quell’istante che la donna inizia il suo percorso di madre; più o meno consapevolmente comincia a fare spazio nella sua mente e nel suo corpo che accoglierà la nuova vita, abbandonandosi a sogni che rendono concreta la sua maternità e iniziando a confrontarsi con la comunità che la circonda in un modo diverso, informandosi, istruendosi e imparando. Un percorso che cresce, dal test “positivo” al portare in grembo il proprio figlio, reale, tangibile, con il quale inizia uno scambio intimo già dai primi mesi, calcetti, singhiozzi, risposte alle stimolazioni vocali: tutto ciò rende il legame viscerale.
Attendere la nascita del proprio figlio è il periodo più bello della vita per una donna: mesi di sogni, preparazioni, acquisti, la cameretta, il lettino e soprattutto la proiezione verso la vita futura.
Questo cammino sconvolge e travolge con gioia e preoccupazioni; nella maggior parte dei casi le gioie prevalgono sulle preoccupazioni, in altri casi sono le “preoccupazioni” a travolgere la vita stessa.
La gravidanza non è una malattia e non va vissuta come tale, ma purtroppo si può rivelare una tragedia. Sono molte le patologie che colpiscono le donne in gravidanza, alcune senza un perché, un’eziologia, alcune sottovalutate; colpiscono con crudeltà e trasformano la gravidanza in una malattia, che molto spesso si conclude con l’esito più drammatico. Molte di queste patologie inducono i medici ad intervenire con il parto pretermine, unica possibile “terapia” per salvare la madre e dare una possibilità al nascituro.
La maggioranza dei parti si esplica con taglio cesareo e la madre, solitamente, assiste sveglia alla nascita e vede il suo bambino per pochi istanti, prima che sia portato in Terapia Intensiva Neonatale.
 
La madre si sente svuotata nel corpo e nell’anima, ma si impone una ripresa molto rapida, in quanto deve seguire il suo bambino in TIN. La madre sa che suo figlio ha bisogno di lei, le è stato strappato troppo presto e anche lei ha bisogno di vederlo, toccarlo, assicurarsi che tutto vada bene. Questi casi sono spesso molto gravi e i medici rendono partecipi e coscienti i genitori, tuttavia la madre non è “programmata” per capire pienamente quello che sta succedendo.
Nella sua mente sfugge il pensiero che il figlio sia in pericolo di vita.
Lei deve solo accudirlo, proteggerlo, sfamarlo, amarlo e crescerlo. Per mesi si è preparata a questo compito.
 
I bambini nati prematuri sono tenaci, pieni di voglia di vivere e grandi lottatori, ma sono anche tanto piccoli e molto delicati, così, purtroppo, la maggior parte di loro vola via anche dopo mesi di premurose cure. A quel punto la madre è privata del figlio, ma anche di tutto quel mondo che per mesi aveva fatto crescere attorno a sé e sprofonda nel dolore più devastante. Il lutto colpisce tutta la famiglia ed ognuno ha i suoi tempi e modi di reazione.
Durante i mesi di gravidanza la madre ha creato una simbiosi con il figlio, ma anche il padre ha preso coscienza di questo piccolo che sta per affacciarsi al mondo e dopo la nascita lo ha accudito nel reparto di TIN in misura uguale alla madre. Anche per lui la perdita del figlio è devastante e la peggiore colpa che si addossa è quella di non aver saputo proteggere il suo bambino, di non aver potuto agire per il suo benessere ed è pervaso da un senso di impotenza che, se non ben elaborato, si porterà dietro per tutta la vita.
 
Immaginiamo il dolore di due genitori che questo figlio l’hanno visto nascere, lo hanno accudito e accarezzato, guardandolo si sono persi dentro i suoi occhi, hanno trovato in lui tratti di famiglia. Toccandolo, anche se attraverso l’incubatrice, hanno creato un legame inscindibile, eterno, soffrendo per ogni suo respiro, tremando ad ogni allarme dei macchinari ai quali il loro bambino era collegato, piangendo ad ogni “bollettino medico”, cullandolo nel momento della morte, stringendolo in un caldo abbraccio come a non volerlo lasciare andare via. Questo dolore è atroce!
E lo è ancor di più per la perdita di identità di questo figlio, la cui vita troppo breve sembra venir facilmente dimenticata, cancellata dal resto del mondo. La sua esistenza viene annullata, liquidata con un “Siete giovani, ne farete un altro!” o “È stato meglio così!”.  Ma possiamo considerare un incidente di percorso un figlio vissuto ore, giorni o mesi? Eppure questo accade.
Troppo spesso i genitori si trovano soli ed al dolore per la perdita si aggiunge la pena di un figlio “mai esistito”.
La nostra società non è preparata ad affrontare la morte dei neonati, prematuri o meno, e tende a nasconderli come dolori scomodi. Ed uno degli scopi della nostra associazione è proprio di ridare identità a questi bambini e ai loro genitori.

venerdì 30 ottobre 2009

Sei volata via sulle ali di un angelo


Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
 Concorso Il Volo di Pegaso 2009
"Oltre l'ignoto" 
 
 
Sei volata via sulle ali di un angelo
di Diana Mayer Grego
 
Sono passati cinque anni da che sei volata via … sulle ali di un angelo.
 
Io e te, sole a lottare contro il vento.
 
Io e il tuo papà a lottare contro la vita, dura, difficile. Soli come due lacrime che rigano il viso.
 
Vorrei lasciare la tua anima gentile, aggrapparmi a questo mondo falso, fatto di inutile normalità. Dove il più debole viene nascosto, dove le tragedie vengono ignorate per paura di essere troppo coinvolti, travolti dalla sofferenza, dove la superficialità delle persone ferisce più della stessa tragedia.
 
Non è forse vero che i figli sono di chi li cresce? E madre è colei che li genera? Ma chi li fa e poi non li cresce? Chi è? Che fa?
 
Cosa deve fare una madre per sopravvivere a tale destino avverso?
 
Non nego che è stata forte la tentazione di lasciarmi andare al mio dolore, come una nave persa nelle nebbie, ma come posso rinunciare a vivere quello che il tempo vorrà ancora regalarmi? Un sogno, un dono o mille altri drammi? Da vivere con la stessa dignità di ora!
 
Ancora sto aggrappata alla tua manina gelida, inerme, con il cuore spezzato, felice nutrendomi del tuo ricordo, respirando ogni attimo di te, rivivo ogni istante quasi un’ossessione.
 
Come hanno potuto non accorgersi di quello che stava accadendo dentro il mio corpo? Non era mal di pancia! Il mostro cresceva dentro di me e nutrendosi del mio sangue, divorava il mio fegato e uccideva te, figlia mia che portavo in grembo.
 
Come hanno potuto le loro orecchie non sentire le mie grida di dolore e la mia richiesta implorante di aiuto?
 
Io sentivo che qualcosa non andava, io sapevo che il mio corpo non rispondeva come doveva, quei brividi sospetti la notte, come quando ti si alza la febbre, ma febbre non era. Quei sudori freddi, nemmeno dieci coperte riuscivano a riscaldare il mio corpo tremante.
 
Quel dolore lancinante che spezzava in due la mia schiena. Quei “blocchi” allo stomaco dopo aver mangiato che mi facevano rigettare tutto … “Io sto male!”
 
“Si, signora, è tutto normale, lei è solo e semplicemente incinta.”
 
“No … semplicemente non ascoltate che vi sto dicendo che qualcosa non va! Chi meglio di me, può conoscere il mio corpo? Non va! E non so cosa …”
 
Oltre al dolore fisico, sentivo l’impotenza dentro di me, mi sentivo dare della “fissata”, e una serie di colloqui con il personale addetto con il compito di capire cosa non andava nella mia mente, a “scacciare” le mie insensate paure.
 
Ah! Quanto avrei preferito avessero avuto ragione loro!
 
Stavo male e nessuno mi ascoltava, dentro di me frustrazione per non avere la dovuta attenzione, prigioniera del mio corpo e del silenzio assordante che mi circondava, avessi potuto cercare da sola cosa mi stava succedendo, invece ero lì, in balia degli eventi, nessuno capiva.
 
Quando la malattia prese il sopravvento e fu necessario il ricovero urgente in rianimazione, non vidi più i loro visi ben pensanti, niente più colloqui per sapere se la mia mente era sana, la risposta era lì – evidente – sotto gli occhi di tutti, purtroppo era il mio corpo ad essere malato, come tante, tante, troppe volte avevo ripetuto, invocando l’aiuto di qualcuno.
 
Che fosse così rara “la bestia”, da non riconoscerla, nonostante si mostrasse con segnali evidenti e cruenti?
 
Non li biasimo per il loro comportamento, nessuno avrebbe immaginato che fossi affetta da HELLP Syndrom, nessuno di loro l’aveva mai vista nella sua crudeltà.
 
Cosa sarebbe cambiato nelle nostre vite se avessero fatto più attenzione alle mie richieste di aiuto, se quella intuizione fosse avvenuta mesi prima … se … se … se …
 
Mi rendo conto che è sbagliato e troppe domande rimarranno insolute per sempre di se e di ma, son piene le fosse.
 
Penso a Catia che è stata in coma e ce l’ha fatta, penso a Paola che non c’è più … penso che la natura ci ha dato una bocca e due orecchie, per parlare meno ed ascoltare di più!
 
Rimango qui, fermo immagine, aggrappata al tuo dolce ricordo e ancorata alla mano forte del tuo papà, se la lasciassi, sarei persa nelle ombre e andrei alla deriva con la mia nave fantasma.
 

giovedì 30 ottobre 2008

HELLP amica mia

Pubblicazione a cura del Istituto Superiore di Sanità
 Concorso Il Volo di Pegaso 2008
HELLP amica mia
di Diana Mayer Grego

La prima volta che venisti da me ti mostrasti in tutta la sua crudeltà, entrando come un lupo nel mio corpo e mordendo con tutta la sua ferocia la mia carne, togliendomi la capacità della ragione, piegando in due la mia schiena, come se una barra dividesse in due il corpo debole.

Ebbi la fortuna che una dottoressa anestesista ti riconobbe e iniziò subito la terapia per arginarti, lei fu il primo caso in quel ospedale, io il secondo dopo 14 anni.

Iniziasti a danzare con il mio fegato avvelenando il mio sangue distruggendo i globuli rossi, facendo calare vertiginosamente le piastrine.

Nella tua danza macabra impossessatasi del mio corpo, prendesti il sopravvento sulle mie difese e il mio corpo ti lasciò danzare, venni ricoverata in rianimazione.

Sentii per la prima volta il tuo nome, HELLP SYNDROM una complicanza della gravidanza che viene nello 0,2 dei casi.

Il sangue avvelenato nutrì la bimba che portavo in grembo.

Le trasfusioni davano il loro effetto positivo, miglioravo, fu deciso di dimettermi dalla terapia intensiva, ti sottovalutarono non conoscendoti.

Il giorno seguente passò tranquillo ma ero agitata, sentivo che qualcosa non andava, eri tu che stavi tornando, stavi ricominciando a ballare. Iniziai a sentirti crescere dentro di me, BESTIA, avvisai il personale, dopo poco ero di nuovo in rianimazione.

Le piastrine erano calate, il fegato non funzionava.

Quella notte ti sedesti sul mio letto e, come la peggiore delle matrigne, con il tuo ghigno maleodorante pieno di morte, mi sussurrasti nel orecchio la tua vittoria.

Amica mia, avevi cantato troppo presto, non avevi fatto i conti con la scienza, con i medici, con il mio corpo stanco ma disposto a morire per salvare la vita nel suo grembo.

Quella notte, in un ricordo confuso, l’andirivieni di tanti medici, che apparivano e scomparivano come spettri nella notte, signora ora sistemiamo tutto.

Cosa c’è da sistemare? Lei è tornata o forse non è mai andata via, vi ha ingannato illudendovi di averla sconfitta!

“Ho tanta paura, sono ore che sono sotto plasmaferesi. Sono stanca, la bimba sta bene?”

Crollai sfinita e sedata.

Quando mi svegliai avevo un fastidio al collo, istintivamente mi toccai: era un tubo.

Guardai la mia mano, un altro tubo usciva dal polso destro, era collegato a dei marchingegni e ad un monitor; un’infermiera mi spiegò che mi avevano preso un’arteria e quello serviva per prelevare il sangue senza dover fare un buco ogni quattro ore. Quello che usciva dal collo (CVC) si divideva in altri tre che erano collegati a delle sacche attaccate ognuna ad un monitor; quello primario entrava nella mia carne ed era cucito sulla pelle.

Altri tre tubi uscivano dal mio braccio sinistro, anche questi erano collegati a macchinari.

Tutti questi macchinari e monitor suonavano ed il loro suono entrava nelle mie orecchie e mi tormentava.

Lo stimolo di un bisogno fisiologico mi fece rendere conto di avere anche il catetere.

Era arrivato il giorno di Pasqua ed ero ancora lì, con te amica mia, che cercavi di vincere la vita; il mio corpo stanco non reagiva e tu sempre più cattiva ti stavi portando via il frutto del nostro amore.

La situazione si complicò, ebbi bisogno di essere trasferita nel centro dialisi di un altro ospedale. Altri medici, altri infermieri, tutto un fervore intorno alla mia barella: fili, tubi, monitor e il mio sangue usciva per entrare in una macchina e una volta pulito rientrava nelle mie vene, ma la vena collassò; il sangue uscito che si trova nei tubi si era coagulato guardai l’infermiera buttare i tubi pieni del mio sangue avvelenato, alla mia bimba mancherà il sangue?

Riposizionarono la macchina con i tubi nuovi, e sentii il mio sangue uscire dal mio collo e rientrare freddo; una sensazione di schifo misto a paura.

Al mio rientro nel ospedale, trovai pronte ad aspettarmi due sacche di sangue, il pranzo pasquale. Ti chiamai amore mio:  “Mi hanno passato all’autolavaggio, ti aspetto … in questa stanza con quattro letti senza alcun separé, senza alcuna intimità, dove per fare il bidet si usa la padella e ci si fa lavare da mani estranee, dove non si beve, non si mangia, non si parla, dove la luce dei neon che fisso dalla mia posizione, è sempre uguale, giorno e notte.

Intanto il sangue del mio amico sconosciuto entrava nel mio corpo e irrorava le mie vene, bimba mia, iniziasti a muoverti dopo ore di sonno profondo, eri stanca, povera figlia mia.

L’intervento nel reparto dialisi aveva sortito l’effetto sperato, ti avevamo fermata. Per tre giorni la situazione fu sotto controllo, ma la bimba soffriva, perdeva peso, era stanca di lottare. La sua situazione peggiorò e si dovette procedere ad un cesareo per darle una possibilità. Nacque nostra figlia Giada, minuscola bambolina, stanca e avvelenata, che, nonostante le cure premurose, smise di lottare e dopo tre giorni lasciò scivolare la sua vita in un oblio di serenità.

Quanto ti ho odiata amica mia, hai martoriato il mio corpo per poi alla fine prenderti il bene più prezioso! I danni da te cagionatimi nel corpo, sono scomparsi dopo due anni, ma i danni nella mia mente ancora vagano nel buio della notte come fantasmi a disturbare il mio sonno.

Mi ha lasciato qui con il mio carico di dolore e conoscenza, mi hai dato la possibilità di combatterti con i pochi mezzi che possiedo, ma lotterò ogni giorno per trovarti, a volte penso che io e te ormai siamo una sola cosa, senza di te oggi non sarei mai divenuta migliore.